Esserci quando il cielo è azzurro

Il bisogno di sentirsi necessari nelle relazioni e nella stanza dello psicologo.

Siamo abituati a pensare che l’amore si riconosca soprattutto nei momenti difficili.

«Chi ti vuole bene si vede quando hai bisogno.»

È una frase che abbiamo sentito tante volte e che probabilmente abbiamo pronunciato anche noi.

Eppure, mi capita di riflettere su quanto possa essere complesso, talvolta, stare accanto a qualcuno che non ha bisogno di essere consolato, aiutato o protetto. Qualcuno che sta bene, che realizza i propri desideri, che trova nuove risorse e che, magari, comincia a non avere più bisogno di noi come prima.

Siamo capaci di stare accanto alla felicità dell’altro con la stessa disponibilità con cui stiamo accanto alla sua sofferenza?

È una domanda che riguarda le relazioni affettive, ma anche quelle familiari, educative e terapeutiche.

Quando la sofferenza diventa una misura dell’amore

Per alcune persone, la presenza dell’altro nei momenti difficili rappresenta la prova più importante dell’affetto.

Essere ascoltati quando si soffre, ricevere attenzione quando si è fragili, trovare qualcuno disposto a fermarsi accanto a noi sono esperienze fondamentali.

Non c’è nulla di sbagliato nel desiderarle.

Il problema può emergere quando diventano l’unico criterio attraverso il quale riconosciamo l’amore.

Se l’altro mi ama perché si prende cura di me quando sto male, che significato attribuisco alla sua presenza quando sto bene?

Riesco a sentirmi importante anche quando non ho bisogno di aiuto?

E soprattutto, posso vivere una relazione senza dover continuamente verificare quanto l’altro sia disposto a fare per me?

La teoria dell’attaccamento ci aiuta a comprendere come le esperienze relazionali precoci possano contribuire alla costruzione delle nostre aspettative affettive.

Quando abbiamo imparato che l’attenzione arriva soprattutto nei momenti di difficoltà, potremmo essere portati a riconoscere più facilmente l’amore nella cura che nella condivisione.

Questo non significa cercare volontariamente la sofferenza. Significa, piuttosto, avere imparato un particolare linguaggio attraverso il quale leggere le relazioni.

La felicità dell’altro non è sempre facile da abitare

Esiste però anche un’altra dimensione.

Stare accanto a qualcuno che soffre ci assegna spesso un ruolo riconoscibile: possiamo ascoltare, consolare, intervenire, offrire soluzioni.

Possiamo sentirci utili.

La felicità dell’altro, invece, non sempre ci offre un compito.

Non c’è necessariamente qualcosa da aggiustare, un problema da risolvere, una ferita da medicare.

C’è soltanto da condividere.

E condividere la felicità di qualcuno può richiedere una capacità relazionale molto importante: riconoscere che l’altro può stare bene anche indipendentemente da noi.

Può riuscire dove noi abbiamo fallito.

Può realizzare desideri che abbiamo abbandonato.

Può trovare soddisfazione in esperienze delle quali non facciamo parte.

In queste situazioni possono emergere emozioni complesse: invidia, esclusione, malinconia, senso di inadeguatezza.

Non necessariamente perché vogliamo meno bene all’altro, ma perché la sua felicità può metterci in contatto con qualcosa che riguarda noi stessi.

La psicologia delle relazioni ha studiato anche l’importanza della condivisione delle esperienze positive. Quando raccontiamo una buona notizia e troviamo qualcuno capace di accoglierla con interesse, entusiasmo e partecipazione autentica, il legame può rafforzarsi.

Non abbiamo bisogno soltanto di qualcuno che asciughi le nostre lacrime. Abbiamo bisogno anche di qualcuno che sappia riconoscere la nostra gioia.

Il bisogno di sentirsi necessari

C’è un aspetto ancora più delicato.

A volte il nostro modo di prenderci cura degli altri diventa parte fondamentale della nostra identità.

Siamo quelli che risolvono, che aiutano, che ci sono sempre.

Essere necessari ci restituisce un senso di valore.

E questo, di per sé, non è negativo. La disponibilità, l’empatia e il desiderio di contribuire al benessere delle persone sono risorse preziose.

Ma che cosa succede quando l’altro non ha più bisogno del nostro aiuto?

Quando un figlio diventa autonomo, quando un partner supera un momento difficile, quando un amico trova nuove risorse?

Possiamo sentirci felici per lui, ma anche sperimentare una sensazione di perdita.

Non stiamo necessariamente perdendo la relazione. Stiamo perdendo il ruolo attraverso il quale eravamo abituati a riconoscerci al suo interno.

E allora la domanda diventa:

Ho bisogno che tu abbia bisogno di me per sentirmi importante nella tua vita?

È una domanda scomoda, perché ci invita a distinguere l’amore dal bisogno di confermare il nostro valore attraverso l’altro.

E nella stanza dello psicologo?

Questa riflessione riguarda profondamente anche la professione dello psicologo.

Le persone arrivano spesso in studio portando una sofferenza, una difficoltà, una domanda alla quale non riescono a dare risposta.

Il nostro lavoro consiste nell’accogliere, comprendere, accompagnare.

Costruiamo una relazione professionale nella quale la disponibilità emotiva, l’ascolto e la competenza diventano strumenti di cambiamento.

Ma la relazione terapeutica contiene un elemento particolare: nasce per aiutare la persona a sviluppare risorse che, progressivamente, possano renderla meno dipendente dal nostro intervento.

Un paziente può cominciare a riconoscere le proprie emozioni, prendere decisioni autonome, affrontare situazioni che prima sembravano insuperabili.

Può arrivare in seduta e raccontare di avere risolto da solo un problema che, qualche mese prima, avrebbe portato immediatamente nello studio.

E noi?

Sappiamo riconoscere il valore di quel momento anche quando significa che il paziente sta imparando a fare a meno di noi?

È una questione che chiama in causa non soltanto la competenza professionale, ma anche la consapevolezza del terapeuta rispetto ai propri bisogni emotivi.

Il terapeuta e il bisogno di essere utile

Essere percepiti come una figura importante nella vita di un paziente può generare una comprensibile gratificazione.

Il lavoro clinico è anche questo: assistere a trasformazioni, riconoscere progressi, partecipare a processi di cambiamento.

Ma esiste una differenza sostanziale tra sentirsi soddisfatti di avere contribuito al benessere di qualcuno e avere bisogno che quel qualcuno continui a dipendere da noi.

Il controtransfert, inteso in senso ampio come insieme delle risposte emotive del terapeuta nella relazione clinica, può offrire informazioni preziose anche su questo piano.

Come reagiamo quando un paziente ci dice che non sente più il bisogno di venire ogni settimana?

Quando attribuisce i propri miglioramenti a qualcosa che ha scoperto autonomamente?

Quando inizia a investire maggiormente nelle relazioni esterne alla terapia?

Possiamo provare soddisfazione, ma anche dispiacere, preoccupazione o il timore di perdere un legame significativo.

Queste reazioni non rappresentano automaticamente un problema. Diventano clinicamente importanti quando non vengono riconosciute e rischiano di influenzare le nostre scelte professionali.

La supervisione, la riflessione sul proprio funzionamento e l’attenzione ai confini della relazione terapeutica sono strumenti fondamentali per evitare che il bisogno del terapeuta di sentirsi utile interferisca con l’autonomia del paziente.

Il paziente ha il diritto di stare bene

Esiste anche un rischio più sottile.

Una persona che ha imparato a ricevere attenzione soprattutto attraverso la sofferenza potrebbe riproporre inconsapevolmente questa modalità nella relazione terapeutica.

Potrebbe sentirsi accolta quando porta un problema, ma non sapere bene che cosa condividere quando le cose funzionano.

Potrebbe arrivare in seduta e dire:

«Questa settimana è andato tutto bene. Non so di cosa parlare.»

Eppure, proprio quel momento può diventare prezioso.

Possiamo esplorare che cosa ha funzionato, quali risorse sono state utilizzate, come la persona ha affrontato le situazioni quotidiane, che cosa ha provato nel vivere un periodo di serenità.

Possiamo aiutarla a riconoscere che non deve necessariamente stare male per meritare ascolto.

Che la sua esperienza ha valore anche quando non contiene un problema.

Che la relazione terapeutica può essere uno spazio nel quale imparare a riconoscere e consolidare il benessere, non soltanto a ridurre il disagio.

Il paziente non deve portare una sofferenza nuova per giustificare la propria presenza in terapia.

Allo stesso tempo, il percorso terapeutico deve mantenere obiettivi condivisi e una direzione clinicamente significativa: non si tratta di prolungare indefinitamente la relazione, ma di accompagnare il cambiamento finché il lavoro conserva una sua utilità.

Quando il nostro posto cambia

Forse uno degli aspetti più maturi delle relazioni consiste proprio nella capacità di accettare che il nostro posto nella vita dell’altro possa cambiare.

Un figlio che cresce non smette di amarci perché diventa autonomo.

Un amico che attraversa un periodo felice non ci esclude necessariamente perché non ha bisogno del nostro sostegno.

Un paziente che conclude positivamente il proprio percorso non cancella il significato della relazione terapeutica.

In tutti questi casi, qualcosa cambia, ma non necessariamente si perde.

Possiamo continuare a essere importanti senza essere indispensabili.

Possiamo condividere senza intervenire.

Possiamo accompagnare senza guidare ogni passo.

E possiamo riconoscere che il benessere dell’altro non diminuisce il valore di ciò che abbiamo costruito insieme.

Esserci anche quando il cielo è azzurro

Mi piace pensare che una relazione significativa non si misuri soltanto dalla capacità di attraversare insieme le difficoltà.

Si riconosca anche nella possibilità di abitare insieme i momenti sereni.

Nella libertà di raccontare un successo senza temere di suscitare invidia.

Nella possibilità di essere felici senza sentirsi in colpa.

Nella certezza di non dover dimostrare continuamente il proprio bisogno per ricevere attenzione.

E nella capacità di chi ci sta accanto di riconoscere il nostro benessere senza viverlo come una minaccia al legame.

Per noi psicologi questo significa anche accettare che, qualche volta, il risultato più importante del nostro lavoro sia proprio quello di diventare meno necessari.

Non perché la relazione abbia perso valore.

Ma perché ha contribuito a costruire qualcosa che può continuare a esistere anche fuori dalla stanza della terapia.

Forse una delle forme più generose dell’amore, e una delle responsabilità più importanti della cura, consiste proprio in questo: saper esserci anche quando non c’è più nulla da riparare.

Anche quando il cielo è azzurro e senza nuvole.

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Psicuramente – Riflessioni dalla stanza dello psicologo

Le riflessioni cliniche presentate hanno carattere generale e non fanno riferimento a vicende personali identificabili.

Un bambino vivace si calma quando serve. Un bambino con ADHD fatica a farlo anche quando vuole — il sistema di autoregolazione funziona diversamente.

Sì. Le femmine mostrano spesso più disattenzione silenziosa che iperattività visibile. Per questo vengono diagnosticate più tardi anche anni dopo i maschi.

Il pediatra è il primo punto di contatto. Lo psicologo fa la valutazione del funzionamento e la diagnosi formale la fa il neuropsichiatra infantile. psicologo fa la valutazione del funzionamento.

Dall’ADHD non ‘si guarisce’ nel senso classico, ma si gestisce molto bene con il supporto giusto — psicologico, educativo e a volte farmacologico.

Dott.ssa Flaminia Fiory Psicologa Clinica per bambini, adolescenti e genitori

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